Fare Open Access

fare OA “Fare Open Access. La libera diffusione del sapere scientifico nell’era digitale” è un interessante volume, appena pubblicato, che tratta con un approccio operativo il tema, di grande attualità, della diffusione del sapere scientifico grazie e in funzione dell’accesso aperto.

Gli autori, tutti italiani, affrontano da diverse prospettive più aspetti dell’accesso aperto, inquadrandoli nel tema più ampio della comunicazione scientifica e della scienza aperta. Vengono evidenziati i vantaggi per i diversi attori della comunicazione scientifica, con un occhio alla normativa per gestire correttamente i diritti d’autore per fare open access. Viene inoltre esaminato l’utilizzo dei social media ai fini della comunicazione scientifica e come il loro utilizzo si può tradurre in metriche per la valutazione della ricerca.

Il volume ad oggi è disponibile solo in formato cartaceo.

Nuova possibilità di accesso aperto in PubMed

pubmedPubMed ha implementato i propri servizi offrendo un link ai full-text degli articoli depositati negli archivi istituzionali, possibilità di accesso che si aggiunge a quelle già offerte attraverso il servizio LinkOut (con link diretti al sito dell’editore e/o PubMed Central) che però possono prevedere una sottoscrizione per accedere all’articolo.

Il nuovo link permette di recuperare il testo, liberamente disponibile in un archivio istituzionale, per quegli articoli non liberamente accessibili su PubMed Central o sul sito dell’editore ma depositati in uno degli archivi istituzionali che ha preso accordi con PubMed.

Al momento gli archivi che hanno aderito a LinkOut non sono molti ma già offrono accesso libero a circa 25.000 articoli.

Questa iniziativa da parte di PubMed darà maggiore visibilità agli archivi istituzionali  e ci si augura che possa portare più autori a voler depositare i propri lavori (quando possibile) negli archivi delle proprie istituzioni.

Unpaywall

unpaywall

Da qualche settimana e’ attivo, in versione beta, Unpaywall, un servizio, analogo a oaDOI  e OAbutton, che cerca sul web la versione ad accesso aperto di un articolo disponibile solo tramite abbonamento. Il servizio è curato dallo stesso gruppo che gestisce ImpactStory (e ha lanciato oaDOI qualche mese fa) e sarà presentato ufficialmente il 4 aprile, anche se è già possibile scaricarlo sul proprio PC (al momento i browser su cui funziona sono Chrome e Firefox).

Secondo gli sviluppatori del servizio, al momento sono indicizzati da Unpaywall circa 10 milioni di articoli pubblicati in riviste open access (Gold OA) o archiviati in archivi ad accesso aperto (Green OA) e si riesce a trovare una versione ad accesso aperto, nel caso il documento abbia un DOI, nel 50% dei casi.

Una volta che Unpaywall è stato installato, è molto facile da usare: quando si trova un articolo interessante a pagamento, una piccola icona sul lato destro del browser indica se il testo completo è disponibile gratuitamente da qualche parte (si può anche attivare l’opzione per la quale l’icona cambia colore a secondo del tipo di accesso: verde se si tratta di green OA, gialla per il gold OA, blu se il documento è disponibile gratuitamente ma non è chiara la licenza d’uso, grigia se non esiste una versione ad accesso aperto del documento). Se il documento è disponibile, è sufficiente fare clic sull’icona per visualizzarlo.

 

Un punto di vista diverso sull’Open Access

oa-badge-2Segnaliamo un interessante intervento apparso sul blog Scholarly Kitchen che offre una serie di riflessioni sul perché le biblioteche, a fronte del costante taglio dei budget, continuano a sottoscrivere i costosi abbonamenti dei periodici senza “sfruttare” le opportunità offerte dall’Open Access.
L’autore vede le principali ragioni di questa situazione nel cosiddetto Big Deal: contratti con gli editori di periodici elettronici che offrono la possibilità di accedere a tutto il catalogo, in aggiunta agli abbonamenti selezionati dall’acquirente, pagando un prezzo forfettario. Questo modello contrattuale, nel tempo, ha inevitabilmente portato le biblioteche a dover “sacrificare” risorse economiche destinate alle monografie per poterne sostenere le spese di fatto onerose.

E allora perché non non sfruttiamo l’Open Access e in particolare il green Open Access (auto/archiviazione in archivi aperti istituzionali o disciplinari)?
Perché il green Open Access non ha modificato l’utilizzo delle risorse economiche da parte delle biblioteche?
In che modo può l’Open Access condizionare la cancellazione degli abbonamenti sottoscritti dalle biblioteche?
Questi ed altri sono i quesiti posti dall’autore che segnala alcune criticità del modello dell’Open Access a causa delle quali, a suo parere, il movimento Open Access non è, ad oggi, riuscito a garantire ampio accesso aperto alla letteratura scientifica (sgravando le biblioteche dei costi degli abbonamenti) senza alcuna forma di embargo.

Buona lettura!

Cosa è successo alla Beall’s List?

Beall-predatorypublishersDal 15 gennaio è inspiegabilmente svanita nel nulla la Beall’s list, lista che raccoglie un elenco di predatory publisher (editori “predatori” che cercano di sfruttare il movimento Open Access per i propri interessi economici, richiedendo agli autori dei contributi scientifici una tariffa per pubblicare, senza però effettuare una rigorosa peer review), e di cui era recentemente stato pubblicato l’aggiornamento relativo al 2017.

La lista era gestita da Jeffrey Beall, bibliotecario alla University of Colorado, e pubblicata sul suo blog Scholarly Open Access: critical analysis of scholarly open-access publishing.

I contenuti del sito sono stati sostituiti dalla frase “This service is no longer available”, analogamente, il profilo su Facebook del sito riporta “Spiacenti, questo contenuto non è al momento disponibile” e la pagina personale del bibliotecario è stata chiusa. La lista, negli anni, era divenuta un punto di riferimento e Beall aveva ricevuto lodi per aver sottolineato il problema degli editori “predatori” ma anche molte critiche da parte del movimento Open Access per essere stato, in molti casi, ambiguo e non aver sufficientemente chiarito che i predatory publisher non hanno nulla in comune con l’open access, se non il fatto di averlo sfruttato per i propri interessi.

In Rete, soprattutto su Twitter, si sono fatte varie ipotesi, tra cui il fatto che il sito fosse stato hackerato o che fosse stato chiuso a seguito di una causa legale da parte di qualche rivista/editore incluso nella lista. In seguito, l’università dove lavora Beall ha dichiarato ufficialmente che la chiusura del sito è stata decisa volontariamente dal bibliotecario, che si dedicherà in futuro ad altre aree di ricerca, e che appoggia in pieno tale decisione.

Al momento non si conoscono le ragioni di tale scelta e Beall non ha ancora ha risposto ufficialmente a chi ha chiesto spiegazioni. 

Per chi volesse consultare una copia del sito, può trovarla su Internet Archive

Open Access Meta Search

openaccessBibliosan20Open Access Meta Search è un meta motore di ricerca che interroga numerosi siti e motori di ricerca individuali offrendo un prezioso punto di accesso alla letteratura ad accesso aperto disponibile online. Tra le fonti interrogate spiccano DOAJ, DOAB, PLoS, ArXiv, PubMedCentral, OAIster, OALib e molte altre. La funzione di ricerca permette di selezionare una o più fonti per ogni singola ricerca e restituisce il risultato suddividendolo per motore di ricerca interrogato. Gli sviluppatori del sito si ripromettono di ampliare ulteriormente la lista delle fonti.

Con l’occasione auguriamo a tutti buone feste!

CrossRef assegna il DOI ai preprint

crossrefCrossref, organizzazione no profit fondata nel 2000 con lo scopo di rendere più facile il recupero, la condivisione e la citazione della letteratura scientifica tramite il DOI (Digital Object Identifier, codice alfanumerico che viene assegnato univocamente a contenuti digitali come e-books, articoli di riviste in formato elettronico o set di dati), ha annunciato che ha cominciato ad assegnare il DOI  anche ai preprint. La decisione si basa sulla consapevolezza che i preprint sono una parte fondamentale della ricerca scientifica e che è importante garantire che le versioni depositate sui siti personali dei ricercatori o negli archivi aperti siano anch’esse ricercabili e visibili. Questa nuova iniziativa dà inoltre maggiore visibilità, e possibilità di essere citati, anche a working papers o risultati preliminari di un lavoro di ricerca. Una volta che questi lavori hanno passato la peer review e vengono pubblicati “ufficialmente”, Crossref aggiungerà un ulteriore collegamento alla loro versione finale.