Quanto costa realmente pubblicare ad accesso aperto?

jossSono giustificate le APC che molti periodici ad accesso aperto chiedono per pubblicare?
Quanto costa realmente pubblicare ad accesso aperto?
Un post pubblicato sul blog del Journal of Open Source Software (JOSS),  periodico ad accesso aperto che non richiede APC, esamina i reali costi di gestione di un periodico OA.
Gli autori, partendo dalla propria esperienza con JOSS, analizzano dettagliatamente i costi che affrontano considerando anche quei servizi per i quali attualmente non sono previste spese, come ad esempio lo gestione e sviluppo del sistema/piattaforma o i costi di archiviazione, per concludere che la pubblicazione di un articolo OA non dovrebbe superare i 100$. Molto meno rispetto a quanto mediamente richiesto dai gold open access journals.
Gli autori del post suggeriscono anche di valutare l’adozione di un’infrastruttura online e aperta, come GitHub, per ridurre i costi.
Il post è interessante in quanto aiuta a capire realmente qual è l’ordine di spesa che editori e società scientifiche affrontano, e, al di là dell’utilizzo di un’infrastruttura aperta o meno, pone concretamente la questione delle APC talvolta troppo elevate.

Plan S: aggiornamento delle linee guida

pLANsLa scorsa settimana COAlition S ha rilasciato la nuova versione delle linee guida e delle regole pratiche di implementazione del Plan S.
In occasione del precedente rilascio delle linee guida,  vi erano state critiche da più parti ed era stata pertanto avviata una richiesta di suggerimenti da cui scaturisce questo nuovo aggiornamento nel tentativo di allargare il consenso.
Restano sempre validi i principi fondamentali (come ad esempio la non accettazione del modello ibrido, la necessità di stabilire un giusto prezzo per i rimborsi APC) ma vengono introdotte alcune novità, le principali sono:

  • è stata posticipata al 1 gennaio 2021 la data di avvio
  • per quanto riguarda le licenze, in alcuni casi, previa valutazione da parte dei finanziatori, è prevista l’opzione CC-BY-ND (licenza che permette di distribuire l’opera originale senza alcuna modifica, anche a scopi commerciali, a condizione che venga riconosciuta una menzione di paternità adeguata e venga fornito un link alla licenza)
  • il periodo di messa a regime (transformative agreement) è prorogato al 2024
  • sono stati rivisti i requisiti tecnici per i repository ad accesso aperto rendendo l’opzione più praticabile
  • viene data maggiore importanza al cambiamento del sistema di valutazione della ricerca: i finanziatori di cOalition S si impegnano esplicitamente ad adeguare i criteri con cui valutano i ricercatori e la produzione accademica

Resta da vedere se queste implementazioni porteranno nuove istituzioni ad unirsi al consorzio COAlition S.

Prime reazioni degli editori a PlanS

pLANsÉ della settimana scorsa un interessante post, pubblicato su Science magazine, che riporta le prime reazioni di alcuni editori nel tentativo di soddisfare i criteri stabiliti da Plan S,  in particolare il punto che prevede che dal 1 gennaio 2020, ogni articolo dovrà essere pubblicato in Open Access immediato (nessun embargo possibile) con una licenza CC-BY (Creative Commons Attribuzione, per il massimo riuso) su riviste o piattaforme ad accesso aperto, stabilendo un tetto massimo alle APC, qualora richieste, e non ammettendo alcun tipo di pubblicazione ibrida.

Alcuni editori stanno prendendo in considerazione un approccio che sperano sia conforme al Plan S e al tempo stesso gli permetta di mantenere inalterato il ricavato dagli abbonamenti: permettere agli autori di pubblicare i propri manoscritti in archivi aperti non appena i loro articoli saranno pubblicati. Ritengono infatti che offrire agli autori la green road sia l’opzione meno pericolosa, poiché solo il 3,3% circa degli articoli pubblicati sono scritti da autori che ricevono sostegno dai finanziatori di Plan S.

Si tratta sostanzialmente della cosiddetta “green road”, da sempre caldeggiata dai promotori del movimento Open Access, e prevista dalla bozza del PlanS.

L’articolo riporta le posizioni di diversi editori che al momento sembrano favorire questa soluzione rispetto alla possibilità di convertire le proprie riviste in riviste ad accesso aperto (“gold road”), ma anche la perplessità di altri, come ad esempio Springer Nature, che ad oggi valuta la “gold road” la soluzione più sostenibile.

L’università di Leuven appoggia il FAIR OA

FAIR oAAnche l’università di Leuven si inserisce in quello che sta diventando un lungo elenco di enti finanziatori della ricerca che si stanno impegnando ad appoggiare la pubblicazione dei risultati delle ricerche da loro finanziate su riviste ad accesso aperto.
In questo caso, il fondo per la pubblicazione ad accesso aperto dell’università ha appena dichiarato che sosterrà i costi di pubblicazione solamente se si tratta di riviste che seguono i principi del FAIR Open Access.

In dettaglio, le riviste su cui gli autori intendono pubblicare devono:

  • avere una struttura editoriale trasparente
  • lasciare il copyright agli autori
  • pubblicare esclusivamente articoli ad accesso aperto (non vengono considerate “fair” le riviste ibride) ed avere licenze di utilizzo esclusivamente Open Access
  • prevedere delle tariffe (APC) esclusivamente per la pubblicazione di un articolo
  • richiedere spese di pubblicazione (APC) basse (non superare i 1000€ se non in casi eccezionali), trasparenti e proporzionate al lavoro svolto dall’editore

 

Netto aumento delle APC di BioMed Central

biomed2019statsSul blog Sustaining the Knowledge Commons è appena stato pubblicato uno studio che ha analizzato le Article Processing Charges (APC) delle riviste di BioMed Central (BMC) rivelando un netto aumento delle spese di pubblicazione degli articoli nel 2019.
Lo studio ha rivelato che la maggior parte delle riviste di BMC (66%) ha incrementato le proprie APC con un aumento medio del 15%, un tasso di molto superiore all’inflazione.
Nel dettaglio, delle 260 riviste BMC per le quali si hanno sia dati 2018 che 2019:

  • 172 hanno aumentato le APC (66%)
  • 55 hanno mantenuto le stesse APC dell’anno precedente (21%)
  • 33 hanno diminuito le APC (13%)

Questo è un dato che ha scatenato varie riflessioni sul fatto che, se questo diventa il trend (sul blog ci sono vari post che presentano questo tipo di analisi, ad esempio questo che analizza le APC di un altro editore OA molto conosciuto, Frontiers), un futuro Open Access basato sulle APC potrebbe non essere sostenibile a lungo termine.
Il post fornisce anche un link per accedere ai dati grezzi su cui si è basato lo studio.

10 miti da sfatare sull’editoria ad accesso aperto

Segnaliamo un interessante preprint, appena pubblicato su PeerJ, che vuole sfatare quelli che sono i dieci argomenti divenuti i più controversi con l’emergere del movimento dell’Open Science nel mondo della comunicazione scientifico/accademica.
I “miti” sono stati identificati attraverso una discussione su Twitter e presentati nell’articolo senza nessun particolare ordine di importanza. Tra di essi troviamo l’impact factor come garanzia di qualità, l’obbligo da parte degli autori del trasferimento del copyright dei propri articoli, il ruolo della peer review e la legittimità dei database “globali” (Web of Science, Scopus).
Questo articolo è inteso dagli autori come un punto di riferimento per la lotta alla disinformazione che circonda la scienza aperta ed è corredato anche da una bibliografia estremamente dettagliata ed aggiornata.

Di seguito riportiamo l’infografica presa dal testo che elenca i 10 miti che sono stati sfatati nell’articolo:

10 myths

Perché Sci-Hub piace?

scihubQuali sono le ragioni del successo di Sci-Hub?
Se lo chiede in un interessante post pubblicato su LSE Impact Blog, David Nicholas, direttore di CIBER Research Ltd, una società di ricerca indipendente specializzata in comunicazione accademica.
L’autore presenta i dati di un’indagine svolta tra ricercatori all’inizio della carriera provenienti da diversi paesi (Cina, Francia, Malesia, Polonia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti), mirata ad analizzare, tra le altre cose, l’uso delle diverse piattaforme social, in particolare ResearchGate (RG) e Sci-Hub, da parte della nuova generazione di ricercatori.
È emerso che l’utilizzo di Sci-Hub è in aumento e che attualmente un quarto dei giovani ricercatori lo utilizza, in particolare i francesi sono i maggiori utenti.
È interessante notare che l’attrazione di Sci-Hub è data dall’offerta gratuita e facile a milioni di documenti raccolti (illegalmente) dai siti web degli editori.
Sci-Hub è usato soprattutto per comodità ed è preferito alle piattaforme di periodici elettronici delle biblioteche, in quanto i ricercatori, pur avendone le credenziali per l’accesso, le percepiscono troppo rigide.
E’ solo questo il motivo? Quale impatto potrà avere l’uso sempre più massivo di Sci-Hub?  Può rappresentare una minaccia per gli editori e i bibliotecari?
A queste e ad altre domande l’autore risponde e offre interessanti spunti di riflessione.