La Commissione Europea e l’accesso aperto

openaccessBibliosan20La Commissione Europea, principale finanziatore della ricerca in Europa, sta pensando di seguire l’esempio di altri due importanti enti, il Wellcome Trust e la Bill & Melinda Gates Foundation, nel creare una piattaforma dove i ricercatori che hanno ricevuto un finanziamento potranno pubblicare e condividere i risultati della propria attività di ricerca. Questa iniziativa potrebbe essere un primo passo verso l’ambizioso piano, proposto dai leader europei lo scorso anno, di rendere ad accesso aperto entro il 2020 tutti i lavori pubblicati grazie a finanziamenti europei. L’idea, che al momento è solo una dichiarazione di intenti, è stata accolta favorevolmente anche se, giustamente, è stato sottolineato che bisognerebbe cercare di superare uno degli ostacoli più grossi alla diffusione di una cultura dell’open access: ad oggi, nell’ambito della ricerca, i posti di lavoro, le sovvenzioni e le promozioni tendono ancora a dipendere pesantemente da quanti lavori vengono pubblicati in riviste con un alto impact factor. Negli Stati Uniti, in relazione a questa problematica, l’NIH ha appena annunciato che permetterà ai ricercatori di includere i preprint ed i lavori non ancora pubblicati nelle richieste di finanziamento.

Pubblicare ad accesso aperto è facile se sai come fare!

oa-badge-2Segnaliamo un interessante post che, attraverso un’efficace infografica, evidenzia come oggi sia possibile pubblicare ad accesso aperto a costo zero grazie all’alta percentuale (circa il 70%) di periodici indicizzati in DOAJ che non richiedono APC (gold OA) o in alternativa grazie alla pratica del’auto-archiviazione del preprint e/o postprint (green OA), in uno numerosi repository disciplinari o istituzionali disponibili.
Quest’ultima opzione è quella preferita dall’autore soprattutto alla luce di servizi come Unpaywall che aiutano a recuperare la versione gratuita di articoli pubblicati a pagamento.
Il post in questione in realtà è l’ultimo di una serie dove l’autore si esprime dichiaratamente a favore della cosiddetta “via verde” in quanto l’unica opzione che garantisce a tutti la possibilità, a costo zero, di ottemperare alle sempre più diffuse politiche a favore dell’accesso aperto adottate da numerosi finanziatori della ricerca e che permette di auto archiviare anche lavori già pubblicati.
Se l’intera comunità scientifica scegliesse di adottare una delle due vie, secondo l’autore si potrebbero facilmente raggiungere importanti traguardi quali:
• Accesso globale e democratico a tutta la letteratura
• Le risorse economiche attualmente usate per pagare gli abbonamenti potrebbero essere usate diversamente
• Si creerebbero le basi per sviluppare strumenti sulla falsariga di Unpaywall in grado di sfruttare al meglio la forza dell’accesso aperto
• Strumenti ai limiti della legalità come SciHub e ReserchGate diventerebbero superflui

Paywall Watch

paywall watchPaywall Watch è un sito che, facendo riferimento al famoso blog Retraction Watch, monitora e documenta i casi in cui articoli per i quali sono state pagate delle tariffe per renderli ad accesso aperto in realtà non sono resi disponibili gratuitamente online dagli editori. Ad oggi non esiste nessuna regolamentazione del mercato editoriale scientifico-accademico e questo fa sì che gli editori possano comportarsi come meglio credono (servizi non sempre ottimali, prezzi esorbitanti…) senza che ci sia mai una ricaduta sulla loro credibilità. I creatori del sito dichiarano di averlo creato in modo che tutti gli attori del mercato della comunicazione scientifica, dagli autori ai lettori, dai finanziatori alle biblioteche, possano fare delle scelte più consapevoli quando dovranno affidarsi agli editori. Sul sito viene anche sottolineato che la questione dei documenti ingiustamente a pagamento sia nella maggior parte dei casi un errore che nasce dall’incapacità e dalla poca attenzione all’accesso aperto piuttosto che una azione volontaria da parte degli editori. Gli errori più diffusi sarebbero:

  • articoli che risultano a pagamento anche se gli autori hanno pagato una tariffa per renderli ad accesso aperto;
  • editori che dichiarano di avere il copyright di un articolo che in realtà non possiedono;
  • errori nella fornitura di servizi collegati alla pubblicazione in una data rivista (ad esempio la perdita del testo completo, dei dati aggiuntivi o di parti di un articolo come le equazioni matematiche o le immagini).

Fare Open Access

fare OA “Fare Open Access. La libera diffusione del sapere scientifico nell’era digitale” è un interessante volume, appena pubblicato, che tratta con un approccio operativo il tema, di grande attualità, della diffusione del sapere scientifico grazie e in funzione dell’accesso aperto.

Gli autori, tutti italiani, affrontano da diverse prospettive più aspetti dell’accesso aperto, inquadrandoli nel tema più ampio della comunicazione scientifica e della scienza aperta. Vengono evidenziati i vantaggi per i diversi attori della comunicazione scientifica, con un occhio alla normativa per gestire correttamente i diritti d’autore per fare open access. Viene inoltre esaminato l’utilizzo dei social media ai fini della comunicazione scientifica e come il loro utilizzo si può tradurre in metriche per la valutazione della ricerca.

Il volume ad oggi è disponibile solo in formato cartaceo.

Nuova possibilità di accesso aperto in PubMed

pubmedPubMed ha implementato i propri servizi offrendo un link ai full-text degli articoli depositati negli archivi istituzionali, possibilità di accesso che si aggiunge a quelle già offerte attraverso il servizio LinkOut (con link diretti al sito dell’editore e/o PubMed Central) che però possono prevedere una sottoscrizione per accedere all’articolo.

Il nuovo link permette di recuperare il testo, liberamente disponibile in un archivio istituzionale, per quegli articoli non liberamente accessibili su PubMed Central o sul sito dell’editore ma depositati in uno degli archivi istituzionali che ha preso accordi con PubMed.

Al momento gli archivi che hanno aderito a LinkOut non sono molti ma già offrono accesso libero a circa 25.000 articoli.

Questa iniziativa da parte di PubMed darà maggiore visibilità agli archivi istituzionali  e ci si augura che possa portare più autori a voler depositare i propri lavori (quando possibile) negli archivi delle proprie istituzioni.

Unpaywall

unpaywall

Da qualche settimana e’ attivo, in versione beta, Unpaywall, un servizio, analogo a oaDOI  e OAbutton, che cerca sul web la versione ad accesso aperto di un articolo disponibile solo tramite abbonamento. Il servizio è curato dallo stesso gruppo che gestisce ImpactStory (e ha lanciato oaDOI qualche mese fa) e sarà presentato ufficialmente il 4 aprile, anche se è già possibile scaricarlo sul proprio PC (al momento i browser su cui funziona sono Chrome e Firefox).

Secondo gli sviluppatori del servizio, al momento sono indicizzati da Unpaywall circa 10 milioni di articoli pubblicati in riviste open access (Gold OA) o archiviati in archivi ad accesso aperto (Green OA) e si riesce a trovare una versione ad accesso aperto, nel caso il documento abbia un DOI, nel 50% dei casi.

Una volta che Unpaywall è stato installato, è molto facile da usare: quando si trova un articolo interessante a pagamento, una piccola icona sul lato destro del browser indica se il testo completo è disponibile gratuitamente da qualche parte (si può anche attivare l’opzione per la quale l’icona cambia colore a secondo del tipo di accesso: verde se si tratta di green OA, gialla per il gold OA, blu se il documento è disponibile gratuitamente ma non è chiara la licenza d’uso, grigia se non esiste una versione ad accesso aperto del documento). Se il documento è disponibile, è sufficiente fare clic sull’icona per visualizzarlo.

 

Un punto di vista diverso sull’Open Access

oa-badge-2Segnaliamo un interessante intervento apparso sul blog Scholarly Kitchen che offre una serie di riflessioni sul perché le biblioteche, a fronte del costante taglio dei budget, continuano a sottoscrivere i costosi abbonamenti dei periodici senza “sfruttare” le opportunità offerte dall’Open Access.
L’autore vede le principali ragioni di questa situazione nel cosiddetto Big Deal: contratti con gli editori di periodici elettronici che offrono la possibilità di accedere a tutto il catalogo, in aggiunta agli abbonamenti selezionati dall’acquirente, pagando un prezzo forfettario. Questo modello contrattuale, nel tempo, ha inevitabilmente portato le biblioteche a dover “sacrificare” risorse economiche destinate alle monografie per poterne sostenere le spese di fatto onerose.

E allora perché non non sfruttiamo l’Open Access e in particolare il green Open Access (auto/archiviazione in archivi aperti istituzionali o disciplinari)?
Perché il green Open Access non ha modificato l’utilizzo delle risorse economiche da parte delle biblioteche?
In che modo può l’Open Access condizionare la cancellazione degli abbonamenti sottoscritti dalle biblioteche?
Questi ed altri sono i quesiti posti dall’autore che segnala alcune criticità del modello dell’Open Access a causa delle quali, a suo parere, il movimento Open Access non è, ad oggi, riuscito a garantire ampio accesso aperto alla letteratura scientifica (sgravando le biblioteche dei costi degli abbonamenti) senza alcuna forma di embargo.

Buona lettura!