Direct to Open: MIT Press lancia un nuovo modello di accesso aperto per le monografie

D2O

MIT Press ha recentemente annunciato il lancio di Direct to Open (D2O), nuovo modello collaborativo di finanziamento per l’accesso aperto basato sul supporto delle biblioteche, che prevede che dal 2022 tutte le nuove monografie e le raccolte pubblicate dal MIT Press saranno ad accesso aperto sulla sua piattaforma di e-book.

Le biblioteche che sceglieranno di aderire all’iniziativa avranno l’opportunità, pagando una quota di partecipazione tarata in base alle proprie caratteristiche (tipologia, dimensione, budget), di garantire l’accesso aperto alle nuove pubblicazioni del MIT Press.

In questo modo MIT Press avrà anche la possibilità di coprire, parzialmente, i costi diretti per la pubblicazione di opere di alta qualità che resteranno disponibili anche per l’acquisto a stampa. Per incentivare le iscrizioni, ai soli membri di D2O sarà garantito l’accesso al catalogo completo dell’editore, circa 2.300 titoli.

Questa nuova sinergia tra university press e biblioteche fa ben sperare nell’ottica di un nuovo ecosistema dell’editoria accademica che vede le biblioteche giocare un ruolo sempre più importante.

PlanS aiuterà l’accesso aperto?

pLANsSegnaliamo l’interessante post di Bernard Rentier, ex rettore dell’Università di Liegi, Will PlanS support or pervert Open Access? nel quale l’autore si chiede, appunto, se l’avvenuta entrata in vigore di PlanS dal 1 gennaio aiuterà o distorcerà l’accesso aperto.
Questa iniziativa richiede ai ricercatori finanziati dagli enti che l’hanno sottoscritta, tra cui anche il Wellcome Trust, di rendere i loro articoli immediatamente accessibili gratuitamente online dopo la pubblicazione. Esistono vari  modi per conformarsi a PlanS, sia pagando le APC agli editori per rendere il proprio articolo liberamente disponibile online, sia depositando l’articolo in un archivio ad accesso aperto. 
Bernard Rentier si chiede se questa iniziativa riuscirà ad avere l’effetto desiderato, alla luce anche del fatto che le principali agenzie di finanziamento della ricerca in Cina, India e Stati Uniti hanno sì espresso il loro sostegno all’Open Access, ma non hanno aderito a PlanS e quindi il suo impatto si farà quindi sentire principalmente su una parte della letteratura scientifica mondiale, quella europea, ponendo i ricercatori che vi si devono adeguare in una posizione di svantaggio a livello internazionale. 
Un altro punto controverso è che, essendo obbligatorio, PlanS offre agli editori, soprattutto quelli che pubblicano riviste prestigiose ad alto Impact Factor, una opportunità per addebitare tariffe di pubblicazione eccessivamente alte. Proprio in riferimento a quest’ultimo punto, Rentier sottolinea che servirà un radicale cambiamento della cultura della ricerca e, soprattutto, delle metriche che vengono utilizzate per la valutazione della ricerca e dei ricercatori.

Scopus aggiunge i preprint sul profilo degli autori

scopus

Scopus ha annunciato di aver incorporato i preprint sul profilo degli autori. Al momento vengono presi in considerazione solo i preprint caricati dal 2017 su alcuni dei più conosciuti server di preprint: arXiv, bioRxiv, ChemRxiv e medRxiv (per SSRN si dovrà aspettare la fine dell’anno).

Scopus afferma che sta apportando questo cambiamento perché vede i preprint come una parte importante del ciclo della ricerca e che questa aggiunta consentirà ad altri studiosi di “identificare potenziali collaboratori” che stanno eseguendo ricerche “all’avanguardia”. 

L’aggiunta dei preprint aiuterà anche a fornire una panoramica più completa del lavoro di un ricercatore, infatti si sta anche valutando la possibilità di collegarli alle loro versioni eventualmente pubblicate su riviste per mostrarne l’intero percorso. 

I preprint verranno aggiunti solo ai profili degli autori che hanno già delle pubblicazioni peer reviewed indicizzate in Scopus e, ovviamente, saranno separati da queste in quanto per il conteggio delle metriche non verranno prese in considerazione le citazioni da loro ricevute.

Journal Checker Tool

cOAlitionS ha da poco rilasciato la versione beta del Journal Checker Tool (JCT), strumento Web che fornisce ai ricercatori suggerimenti su come conformarsi alle richieste del proprio ente finanziatore che aderisce alla politica di PlanS.

In questa prima versione, il JCT fornisce informazioni su una serie di requisiti base di PlanS per stabilire se un dato giornale offra un percorso per la conformità con l’accesso aperto:

  • una licenza CC BY (o equivalente)
  • nessun embargo
  • la capacità di mantenere un copyright sufficiente a consentire l’accesso aperto

In seguito saranno aggiunte altre specifiche tecniche.

Il Journal Checker Tool si usa in modo molto semplice: basta fornire il nome della rivista sulla quale si intende pubblicare, del proprio ente finanziatore e dell’istituto al quale si è affiliati. La combinazione di questi dati produce istantaneamente un risultato che consente di vedere se la rivista scelta è conforme a PlanS e in che modo: è una rivista ad accesso aperto, permette l’autoarchiviazione o applica un accordo trasformativo (transformative agreement).  

Durante questa fase di test,  cOAlitionS si aspetta di ricevere un feedback da parte della comunità di ricerca in modo da migliorare lo strumento prima dell’implementazione di PlanS a gennaio 2021.

Bibliosan 2.0 riprenderà a gennaio. Buone feste!

DOAJ sigla un accordo per favorire la conservazione a lungo termine delle riviste ad accesso aperto

doaj2DOAJ, CLOCKSS, Internet Archive, Keepers Registry e Public Knowledge Project (PKP) hanno ufficialmente annunciato di aver iniziato una collaborazione per favorire la pratica della conservazione a lungo termine delle riviste ad accesso aperto pubblicate da editori che non hanno le risorse economiche per permettersi di pagare per i servizi attualmente disponibili sul mercato.

Questa iniziativa nasce dopo che è stato pubblicato uno studio, Open is not forever, scritto da M. Laakso, L. Matthias e N. Jahn, che ha dato luogo a numerosi dibattiti sull’effettivo rischio di scomparsa delle riviste accademiche ad accesso aperto in formato digitale.

L’iniziativa congiunta di queste organizzazioni mira ad offrire un’opzione di archiviazione a prezzi accessibili alle riviste ad accesso aperto registrate su DOAJ, e che non fanno pagare le APCs (definite  “diamond” OA), e a sensibilizzare gli editori sull’importanza di avere una soluzione di conservazione a lungo termine. DOAJ avrà la funzione di singola interfaccia con CLOCKSS, PKP e Internet Archive e lavorerà per facilitare la connessione a questi servizi per le riviste interessate.

Come prima iniziativa, constatato che circa il 50% delle riviste identificate da DOAJ come prive di soluzioni di conservazione a lungo termine utilizza Open Journal System (OJS), si partirà con l’incoraggiare gli editori di tali riviste a preservare i propri contenuti nel PKP Preservation Network (PKP PN) o con l’aiutarli a trovare un’altra soluzione se la versione di OJS che utilizzano non è abbastanza recente da essere compatibile con tale soluzione.

DOAJ commenta lo studio “Open is not forever”

Segnaliamo la risposta della Directory of Open Access Journals (DOAJ) allo studio pubblicato su arXiv Open is not forever: a study of vanished open access journals di cui abbiamo parlato la scorsa settimana.  

Pur dichiarando che quello della “scomparsa” delle riviste è un problema conosciuto, DOAJ sottolinea che anche gli autori dello studio dichiarano che il problema non è essenzialmente legato alle riviste ad accesso aperto, bensì più in generale alle riviste in formato digitale.

Altra osservazione è che, purtroppo, la maggior parte delle riviste che sono scomparse dal web sono di ambito umanistico indicando che questo è un problema legato in molti casi alla disponibilità finanziaria di chi le gestisce in quanto le piattaforme di archiviazione hanno dei costi che alcuni tipi di riviste, soprattutto quelle accademiche, non possono sostenere. 

DOAJ fa anche un’importante dichiarazione: rivela di aver iniziato una collaborazione con Internet Archive, CLOCKSS e The Keepers registry per trovare una soluzione al problema dell’archiviazione online permanente delle riviste. 

Open is not forever

Riprendiamo il nostro appuntamento settimanale segnalando un interessante articolo di J. Brainard Dozens of scientific journals have vanished from the internet, and no one preserved them, recentemente pubblicato su Science. 

L’autore affronta un tema tanto importante quanto poco trattato: la scomparsa dalla rete di riviste ad accesso aperto pubblicate solo online (quando gli editori hanno smesso di mantenerle). In particolare l’articolo, che prende spunto dal preprint Open is not forever di M. Laakso e L Matthias pubblicato su Arxiv, parla di 84 riviste di ambito scientifico, svanite dalla rete negli ultimi due decenni e di altre 900 riviste a rischio di scomparsa in quanto inattive. Circa la metà di queste riviste erano pubblicate da istituti di ricerca o società accademiche.

Questi numeri, di per sé spaventosi, nascono dalla constatazione che in media le riviste scomparse hanno funzionato per circa 10 anni prima di svanire. Lo studio evidenzia la necessità di garantire la conservazione degli articoli accademici ma c’è poco consenso su chi debba essere il responsabile ultimo della conservazione digitale delle riviste OA, se gli editori, gli autori, le biblioteche o le università. Una risposta in questo senso arriva da Plan S, che dal 2021 prevede che gli enti finanziatori richiedano che le riviste dove vengono pubblicati i risultati delle ricerche aderiscano a piani di conservazione a lungo termine come CLOCKSS.

Nel complesso, ad oggi, circa un terzo delle riviste indicizzate nella Directory of Open Access Journals (DOAJ) garantisce la conservazione a lungo termine del loro contenuto.

Covid-19 Shows That Scientific Journals Need to Open Up

open_access_for_researchersUn importante cambiamento causato dalla pandemia da Covid-19 è stata la disponibilità da parte dei maggiori editori scientifici a garantire il libero accesso alla quasi totalità degli articoli pubblicati sul nuovo virus, normalmente accessibili solamente tramite abbonamento.
Cosa accadrà alla comunicazione scientifica con la fine della pandemia? Si pagherà nuovamente o gli editori manterranno questa posizione?

Se lo chiede in un lungo e interessante articolo Covid-19 Shows That Scientific Journals Need to Open Up pubblicato su Bloomberg Opinion Justin Fox, che, ripercorrendo la storia delle riviste scientifiche dalle origini, racconta come si è arrivati allo status quo e dove sta andando oggi l’industria dell’editoria scientifica.

Fox sostiene che il Covid-19 abbia solo accelerato il complesso passaggio da un sistema di comunicazione scientifica per lo più chiuso ad uno per lo più aperto, per il quale accademici, governi e organizzazioni no profit stanno lavorando da decenni, e che difficilmente si potrà tornare indietro.
Se fino ad oggi mantenere la ricerca dietro paywalls è stato proficuo, ora gli editori devono trovare un nuovo approccio ed abbracciare la scienza aperta, come la pandemia da Covid-19 ha evidenziato, ma non mancheranno conseguenze.
La più perversa di queste conseguenze, dal punto di vista di molti sostenitori dell’accesso aperto, sarà un aumento del potere e dei profitti dei grandi editori commerciali che infatti nel frattempo hanno acquistato server di preprint, social network accademici, piattaforme di hosting di riviste, strumenti di valutazione della ricerca e altri servizi al fine di rendersi essenziali per il mondo accademico.

E’ online la nuova versione del database Sherpa Romeo

Sherpa RomeoIl 18 giugno Jisc ha rilasciato una nuova versione di Sherpa Romeo, risorsa online che aggrega e analizza le politiche di accesso aperto degli editori di tutto il mondo, insieme a Sherpa Fact, servizio che fornisce ai ricercatori chiare indicazioni sulla conformità delle riviste alle politiche di accesso aperto di un ente finanziatore.

In questa nuova versione sono stati apportati cambiamenti che migliorano l’usabilità complessiva del database, tra cui un’interfaccia più moderna con un migliore supporto per i dispositivi mobili, un miglioramento delle funzioni di ricerca e navigazione che rende più veloce il recupero delle informazioni di cui si ha bisogno, un nuovo layout di presentazione dei risultati che semplifica la comprensione delle diverse politiche degli editori e una rappresentazione grafica chiara e semplice per presentare le varie opzioni offerte.

Una novità che non è passata inosservata è che gli editori non sono più classificati secondo i famosi colori Romeo, questo perché le politiche editoriali negli ultimi anni sono divenute troppo complesse e quindi non più rappresentabili da semplici colori.

La vecchia versione rimarrà ancora visibile online fino al 31 luglio.

La scienza da prendere con le pinze

infodemia

Segnaliamo un interessante articolo di Graham Lawton pubblicato su New Scientist (a pagamento) e disponibile gratuitamente tradotto in italiano su Internazionale.

L’articolo analizza quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito infodemia scatenata in occasione dell’emergenza sanitaria da Covid-19.
In particolare l’autore fa una riflessione sul ruolo giocato dai preprint in questo contesto: da una parte hanno permesso di avere accesso ai dati preliminari, consentendo una prima comprensione del virus, dall’altra si sono rivelati uno strumento “pericoloso”. Infatti improvvisamente una grande quantità di persone, che normalmente non si interesserebbero ai preprint, e che quindi non necessariamente ne colgono i limiti, ha cominciato a leggerli e a condividerli, con conseguenze negative in più di un’occasione.

L’autore riporta diversi esempi di mala gestione dell’informazione scientifica senza negare l’importanza che i preprint possono avere soprattutto in caso di pandemia.