Come utilizzare Google Scholar per tenersi aggiornati sulle novità che riguardano il proprio ambito di ricerca

overload informationA causa dell’enorme quantitativo di articoli scientifici che vengono giornalmente pubblicati sul Web, è sempre più difficile riuscire a tenere il passo con le novità che riguardano il proprio ambito di ricerca e si rischia di perdere documenti interessanti. Un post, pubblicato su LSE lmpact blog, dà alcuni consigli su come utilizzare Google Scholar per non perdere articoli potenzialmente rilevanti per la propria attività di ricerca:

  • impostare un profilo su Google Scholar (GS) per essere informati ogni volta che un proprio articolo viene citato
  • “seguire” un autore importante nel proprio ambito di ricerca per ricevere una notifica ogni volta che pubblica un articolo
  • ricevere delle notifiche ogni volta che viene pubblicato un articolo su uno specifico argomento, facendo una ricerca su GS e cliccando su “create alert”. In questo caso si consiglia di essere molto specifici
  • controllare, almeno una volta al mese, gli aggiornamenti (“my updates”) che GS invia basandosi sulle proprie pubblicazioni e sugli articoli che sono stati cercati e scaricati

L’autrice del post sottolinea che si potrebbero utilizzare anche alcuni social media ma se l’obiettivo principale è quello di tenersi aggiornati sulle ultime pubblicazioni accademiche, non occorre perdere tempo su questi siti in quanto il valore aggiunto che possono offrire in questo caso è piuttosto basso.

Direct2AAM

OpenAccessButtonLa maggior parte degli editori commerciali permette il deposito in un archivio aperto di una versione dell’articolo che hanno accettato per la pubblicazione. In molti casi la versione “permessa” è quella del manoscritto definitivo, quindi quello accettato per la pubblicazione che, però, non è ancora stato strutturato con il layout della rivista (per approfondire si può consultare SHERPA/RoMEO, servizio che elenca le varie politiche editoriali in merito a copyright e autoarchiviazione). Questa versione del documento viene chiamata AAM (Author Accepted Manuscript) e si può recuperare all’interno del proprio account creato al momento dell’invio dell’articolo alla rivista.

L’Open Access Button ha creato Direct2AAM, una serie di guide con istruzioni dettagliate per recuperare in maniera semplice i propri manoscritti accettati per la pubblicazione (AAM) in modo da poterne autoarchiviare la versione corretta. Quest’iniziativa nasce dall’esperienza maturata da Open Access Button nella ricerca delle versioni ad accesso aperto degli articoli che ha messo in evidenza come molti autori non autoarchivino il proprio articolo perché hanno difficoltà a trovare la copia giusta o hanno paura di utilizzare una versione sbagliata ed infrangere il copyright. Per chi fosse interessato ad ulteriori chiarimenti riguardo a quali sono le varie versioni di un articolo, può consultare la risorsa “Article Version Explainer, sempre creata da Open Access Button, che spiega, in modo semplice, la differenza tra le varie versioni.

OpenUp Hub

OpenUPhubOpenUp Hub è una piattaforma che recupera ed organizza documenti, strumenti, best practice e linee guida relativi a peer review, disseminazione e metriche alternative nell’ambito dell’Open Science. Nasce da un progetto finanziato dal programma Horizon2020 della Commissione Europea indirizzato a tutti coloro che sono coinvolti nel ciclo della ricerca scientifica: dai ricercatori agli editori, dai finanziatori ai bibliotecari. Si può personalizzare la ricerca del materiale informativo raccolto nella piattaforma (articoli, corsi di formazione, guide, checklist, ecc.) sia in base al proprio profilo (bibliotecario, ricercatore, …) sia in base alle proprie esigenze ed esempio, quali sono le migliori strategie di disseminazione sul web di un articolo.

All’interno di OpenUp Hub si trovano anche una interessante sezione di domande e risposte sull’Open Science, un blog, ed uno spazio, chiamato The Observatory, che monitora i recenti sviluppi negli ambiti dei temi trattati dal sito utilizzando i social media come fonte di informazioni.

Google Dataset Search

google data setLo scorso settembre Google ha lanciato un nuovo motore di ricerca che permetterà di recuperare più facilmente i set di dati disponibili liberamente sul web. Questo nuovo motore di ricerca si chiama Dataset Search e si affianca agli altri due motori di ricerca specializzati Google Scholar e Google Books. L’iniziativa nasce dal fatto che esistono migliaia di archivi aperti di dati nel web, gestiti da agenzie governative, editori scientifici, istituti di ricerca e persino singoli ricercatori, che purtroppo non sono facilmente individuabili. Dataset Search, come Google Scholar, consente di trovare i set di dati ovunque siano ospitati, sia che si tratti del sito di un editore, di una biblioteca digitale o di una pagina web personale di un autore anche se attualmente non legge o analizza i dati, come fa invece con le pagine Web o le immagini. Per aiutare Dataset Search ad indicizzare i set di dati, la collaborazione dei loro proprietari è fondamentale: coloro che lavorano per questi archivi di dati dovrebbero taggarli (fornendo informazioni come, ad esempio, chi ha creato il set di dati, quando sono stati raccolti, quali sono le licenze per il loro utilizzo…) usando un vocabolario standardizzato chiamato Schema.org. Al momento, risultano indicizzati prevalentemente dataset relativi alle scienze ambientali e sociali ma la copertura aumenterà man mano che i vari archivi cominceranno ad utilizzare lo standard di Schema.org per descrivere i propri set di dati.

Open Science Training Courses

FOSTERSegnaliamo un kit di strumenti proposto dal progetto FOSTER (Facilitate Open Science Training for European Research) che offre una serie di corsi online, liberamente accessibili, per fornire strumenti e suggerimenti su cosa fare per mettere in pratica la scienza aperta.
Il pacchetto offre vari moduli, senza un ordine specifico da seguire, che toccano i diversi aspetti della scienza aperta, come ad esempio le Best Practice da adottare, come condividere i dati della ricerca e i preprint, come pubblicare ad accesso aperto.

I moduli sono stati sviluppati riutilizzando contenuti liberamente disponibili prodotti da una serie di fornitori di contenuti tra cui DataOne, Research Data Netherlands, Open Data Institute e lo stesso FOSTER, tutti attivamente impegnati nello sviluppo e diffusione di risorse educative aperte relative alla scienza aperta.
Ogni corso richiede circa 1/2 ore di lavoro al termine delle quali si riceve un badge che attesta il completamento del corso stesso.

Peeriodicals

peeriodicalsLa scorsa settimana PubPeer, servizio di post publication peer review, ha lanciato un nuovo sito, chiamato Peeriodicals, che permette di creare una rivista online selezionando preprint, o articoli già esistenti, ritenuti interessanti per il proprio ambito di ricerca. Una volta creato un account, la piattaforma Peeriodicals offre tutti gli strumenti necessari per creare e gestire la propria rivista online da soli o collaborando con un comitato editoriale. Nelle intenzioni dei creatori del sito queste nuove riviste, o peeriodicals, dovrebbero essere uno spazio attraverso il quale i ricercatori possano esplorare nuovi approcci alla divulgazione scientifica, in parallelo al tradizionale settore editoriale.
Questa iniziativa si avvicina in parte al concetto degli overlay journals, come Discrete Analysis, e vuole incentivare un diverso modo di pubblicare in cui la selezione e la certificazione della ricerca siano a cura dei ricercatori stessi, soprattutto nella situazione attuale in cui il recente incremento della pubblicazione dei preprint, anche in ambiti diversi dalla fisica e dalla matematica, ha di fatto aumentato la quantità di materiale che può essere reperito in rete che richiede una selezione di tipo qualitativo.

Think, Check, Attend

TCAttend
Negli ultimi tempi, i ricercatori hanno cominciato a ricevere un numero crescente di inviti a partecipare a vario titolo a conferenze che, in realtà, sono un mezzo utilizzato dagli editori predatori per fare soldi tramite le tariffe di iscrizione. A volte, queste conferenze vengono inspiegabilmente cancellate ma i soldi dell’iscrizione non restituiti, in altri casi le conferenze sono ben lontane dagli eventi internazionali di alto profilo che avrebbero dovuto essere.

Per aiutare i ricercatori a decidere se partecipare o presentare un proprio lavoro ad una conferenza è nata una nuova iniziativa chiamata Think Check Attend. Seguendo la stessa metodologia di Think Check Submit, iniziativa gemella nata qualche anno fa per aiutare i ricercatori a identificare le riviste dove pubblicare articoli, Think Check Attend fornisce delle linee guida che aiutano i ricercatori a distinguere tra un’autentica conferenza e una da evitare e si basa su una semplice lista di controllo che i ricercatori possono seguire per scegliere la conferenza giusta a cui partecipare e/o presentare un lavoro. Sul sito web appositamente creato viene quindi presentato un approccio in 3 fasi che incoraggia gli accademici a “Pensare” (Think) al problema posto da conferenze predatorie o di scarsa qualità, a “Controllare” (Check) la validità di una conferenza con una serie di domande e “Partecipare” (Attend) solo se la conferenza aderisce alle caratteristiche di una conferenza legittima.
All’interno del sito è presente anche un “Conference checker” che aiuta a valutare una conferenza tramite una procedura guidata.