Open Science: what’s in it for me?

unitoSegnaliamo un interessante workshop Open Science: what’s in it for me? organizzato dall’Università di Torino e dall’Italian Open Science Support Group (IOSSG), e tenuto da Bianca Kramer e Jeroen Bosman, gli autori di 101 Innovations in Scholarly Communication.
Il workshop, che si terrà a Torino l’8 e 9 marzo, è rivolto ai soli ricercatori con l’intento di aiutarli a scoprire gli strumenti e le piattaforme open a disposizione della comunità scientifica per fare attivamente Open Science, ponendo attenzione alle esigenze delle diverse discipline scientifiche.
Il workshop prevede una giornata di lezione sulle tre fasi della comunicazione scientifica e sui relativi strumenti:1) Preparation, Discovery and Analysis; 2) Writing and Publishing 3) Outreach and Assessment ed una seconda giornata di coinvolgimento diretto su come fare Open Science in pratica, ripensando workflow e strumenti.
La partecipazione, previa registrazione, è gratuita.

Metrics Toolkit

metrics toolkitE’ stato recentemente sviluppato uno strumento, il Metrics toolkit, per aiutare ricercatori e valutatori della ricerca a comprendere ed utilizzare al meglio le citazioni, le metriche ricavate dal web e le altmetrics per applicarle in maniera responsabile alla valutazione della ricerca.
Il toolkit fornisce delle schede dettagliate su ciascuna metrica con informazioni su come viene calcolata, su dove è possibile trovarla, su come dovrebbe (e non dovrebbe) essere applicata e su quelli che potrebbero essere i suoi limiti.

Ci sono due modi per utilizzare il Toolkit: si può scorrere un elenco di metriche (Explore metrics) oppure scegliere le metriche che più si addicono al proprio ambito di ricerca (Choose metrics). Con la seconda opzione si possono restringere i risultati della propria ricerca indicando il tipo di impatto che si è interessati ad ottenere (ad esempio, relativo solamente al proprio ambito di ricerca o interdisciplinare), del tipo di documento che si intende pubblicare (ad esempio articolo o dataset) oppure limitandosi al proprio ambito di ricerca.

Sul sito è anche presente una sezione che raggruppa una serie di risorse utili (libri, articoli, siti web) per approfondire la questione delle metriche e della valutazione della ricerca.

DOAJ Best Practice Guide

doaj2DOAJ ha lanciato una guida alle best practice DOAJSi tratta di una risorsa web che, oltre ad illustrare i criteri di selezione adottati da DOAJ per includere riviste nella directory, offre una serie di risorse e strumenti utili per supportare ricercatori, editori e bibliotecari nell’identificazione delle riviste ad accesso aperto “autorevoli”. 
La guida, sviluppata e curata dal team DOAJ e costantemente aggiornata, vuole essere anche un luogo dove raccogliere discussioni relative all’accesso aperto e ai suoi sviluppi.
La Guida si propone in particolare di:

  • Evidenziare le questioni relative a pratiche editoriali discutibili;
  • Fornire una checklist di criteri per aiutare a identificare gli editori discutibili;
  • Sulla scia dell’iniziativa ThinkCheckSubmit, identificare altri strumenti utili per scegliere a quali riviste inviare il proprio articolo per la pubblicazione.

I curatori invitano a segnalare eventuali ulteriori risorse da includere nella Guida.

I numeri dell’Open Access 2017

oa-badge-2L’autrice del blog The Imaginary Journal of Poetic Economics, Heather Morrison, cura, al suo interno, una sezione, The Dramatic Growth of Open Access, che trimestralmente documenta la crescita del movimento dell’open access con dati, commenti ed analisi. Il blog ha appena pubblicato le statistiche relative alle iniziative più importanti del movimento relative all’anno appena concluso.

– Riviste ad accesso aperto: DOAJ ha aggiunto al proprio archivio 1.272 titoli (con una media di 3,5 titoli al giorno), arrivando così a 10.727 riviste, ed ha mostrato una crescita ancora maggiore per quanto riguarda lo spoglio degli articoli, quando è stata pubblicata la statistica erano 2.791.701, il che indica che sicuramente arriveranno nel 2018 a 3 milioni.

– Monografie ad accesso aperto: DOAB ora ha più di 10.000 libri di 247 editori con un tasso di crescita che lo scorso anno è stato dell’84%.

– Archivi ad accesso aperto: ad oggi su PubMed Central ci sono 4.6 milioni di articoli, nel 2018 è probabile che superino i 5 milioni. Il tasso di crescita di arXiv è stato del 10% con una media di 338 articoli aggiunti ogni giorno. Nel 2017 sono nati molti archivi ad accesso aperto che si rifanno ad arXiv, tra questi socRxiv (1.814 preprint) e bioRxiv (18.822 articoli), già attivi da qualche anno, sono cresciuti rispettivamente del 187% e del 151%.

Anche SCOAP3 (iniziativa del CERN che si basa sul pagamento centralizzato dei costi di peer reviewing agli editori in cambio dell’accesso aperto agli articoli delle loro riviste) ha aumentato il numero degli articoli ad accesso aperto del 32%.

Sono dati molto “corposi” che fanno ben sperare per un 2018 ancora più ricco di documenti ed iniziative ad accesso aperto.

L’unione fa la forza: come fermare i predatory journals

predatoryUn recente studio pubblicato su Nature Human Behaviour ha evidenziato che circa la metà di coloro che pubblicano su riviste definite “predatorie” (i cosiddetti “predatory journals”) sono ricercatori che provengono da paesi industrializzati e non da paesi in via di sviluppo come si è propensi a credere. Questo sottolinea il fatto che i predatory journals sono un problema globale che coinvolge tutti gli ambiti della ricerca scientifica senza confini geografici ed economici. Nonostante i numerosi appelli per cercare di frenare la diffusione dei predatory journals, si assiste alla loro continua crescita, con un danno enorme alla ricerca e alla diffusione dell’informazione scientifica. Questo quadro suggerisce la necessità di un’azione più forte per contrastare questo fenomeno.

Il post che segnaliamo oggi è un’interessante intervista alle autrici dell’articolo, che individuano in una serie di azioni coordinate da parte dei diversi gruppi coinvolti nella creazione, diffusione e fruizione dell’informazione scientifica (stakeholders) la soluzione di questo problema:

  • Ricercatori: dovrebbero imparare a riconoscere le caratteristiche dei predatory journals per poter scegliere consapevolmente dove pubblicare
  • Università e biblioteche: dovrebbero offrire supporto (con corsi, guide…) ai ricercatori per metterli nella condizione di evitare di pubblicare sui predatory journals informandoli dei rischi che corrono
  • Enti finanziatori: dovrebbero verificare dove effettivamente vengono pubblicati i risultati delle ricerche da loro finanziate ed adottare politiche atte a scoraggiare la pubblicazione sui predatory journals
  • Riviste “legittime”: dovrebbero distinguersi dai predatory journals aumentando la trasparenza dei processi editoriali in modo che siano verificabili pubblicamente (ad esempio adottando la open peer-review) e, se ad accesso aperto, registrarsi su DOAJ
  • Organismi di regolamentazione: dovrebbero adottare politiche che vincolano la pubblicazione su riviste legittime evitando in tal modo l’enorme spreco di risorse, economiche e non solo, che si verifica pubblicando sui predatory journals
  • Pazienti: prima di partecipare ad una ricerca dovrebbero avere la certezza che la pubblicazione dello studio a cui partecipano non avvenga sui predatory journal

A queste indicazioni si aggiunge l’esigenza di definire cosa realmente sono i predatory journals, per non confonderli con quei periodici che, pur non adottando pratiche ingannevoli, per varie ragioni (scarse risorse finanziarie, scarsa conoscenza…) non si allineano alle migliori pratiche di pubblicazione e pertanto non sono considerati ideali per pubblicare, andando a definire la categoria più ampia di “illegitimate journals” (periodici illegittimi). Per realizzare queste azioni le autrici auspicano la formazione di un gruppo di lavoro, formato da un rappresentante per ogni stakeholder, che giunga innanzitutto a definire il problema per poi affrontarlo in modo coordinato intraprendendo le azioni identificate come necessarie alla soluzione del problema.

Il ruolo delle biblioteche nella realizzazione dei principi FAIR per i dati aperti

FAIR

La conoscenza dei principi FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, Reusable) per i dati aperti è essenziale per le biblioteche che desiderano promuovere ed ampliare i propri servizi per la gestione dei dati della ricerca.
Il Gruppo di lavoro sulla gestione dei dati della ricerca di LIBER ha prodotto una scheda informativa con alcuni suggerimenti su come iniziare a promuovere e ad includere i principi FAIR nel proprio lavoro di gestione di questi dati. La scheda informativa, corredata anche di interessanti link di approfondimento, è specificatamente indirizzata ai bibliotecari in quanto le biblioteche hanno una lunga e consolidata tradizione nel descrivere le risorse e nel fornire un supporto per la loro gestione a lungo termine. Questi sono alcuni dei punti elencati nella scheda che spiegano cosa possono fare le biblioteche per cominciare ad avere un ruolo attivo nella realizzazione dei principi FAIR:

– Promuovere i principi FAIR tra i propri ricercatori;
– Incorporare i principi FAIR nei propri piani di gestione dei dati;
– Incoraggiare i ricercatori a depositare i dati in archivi che utilizzano i principi FAIR;
– Valutare le pratiche di gestione dei dati presso la propria istituzione in base ai principi FAIR.

Cogliamo l’occasione per augurare a tutti buone feste!

Essere o non essere su Twitter, questo è il problema…

twitterSappiamo da diverse ricerche condotte negli ultimi anni che la presenza attiva su Twitter degli autori di articoli scientifici è un ottimo modo per disseminare il proprio lavoro e può tradursi in un aumento delle citazioni ricevute.
Recentemente è stato pubblicato un nuovo studio che, partendo da questo dato, si è interrogato sull’eventuale relazione tra le citazioni ricevute da un articolo e la presenza su Twitter della rivista sulla quale è stato pubblicato.
L’autore ha preso in esame il ruolo di 350 riviste presenti su Twitter analizzando (grazie a PlumX) in quale misura gli articoli da loro pubblicati, oltre 4000, sono stati citati e twittati. Le riviste sono state suddivise in 4 categorie:

  • riviste con un proprio account su Twitter
  • riviste il cui proprietario (società scientifiche o professionali) ha un proprio account su Twitter
  • riviste il cui editore ha un proprio account su Twitter
  • riviste con nessuna presenza su Twitter

I risultati hanno mostrato che gli articoli pubblicati su riviste con un proprio account su Twitter sono più twittati mediamente del 46% rispetto a quelli pubblicati su riviste non presenti sulla piattaforma e che quelli pubblicati su riviste presenti attraverso il proprietario o l’editore, rispettivamente del 36% e del 25%.
Anche le citazioni, dato più interessante, sembrano essere correlate in quanto per gli articoli pubblicati su riviste con un proprio account si registra un aumento delle citazioni in media del 34% e per quelli pubblicati su riviste presenti su Twitter tramite l’editore in media del 32%.
Questi risultati dimostrano che la diffusione tramite questo social media (in questo caso misurata dai tweet) è strettamente correlata all’impatto scientifico (misurato in citazioni). Dall’analisi dei dati la variabile che sembra fare la differenza, in termini di tweet e citazioni ricevute, è il numero dei followers.

Nell’insieme questo studio, il primo del genere, mostra che la presenza su Twitter di una rivista, soprattutto con un proprio account, è fondamentale per incrementare la disseminazione e la visibilità degli articoli pubblicati anche se al tempo stesso solleva la questione di quanto l’impatto della citazione sia un riflesso della disseminazione piuttosto che della qualità della ricerca.