Una nuova Beall’s list

predatory-publisherLa Beall’s list è ricomparsa sul web sotto un’altra forma: un ricercatore europeo che non vuole dare le sue generalità (visto le minacce che aveva ricevuto il creatore di questa famosa lista Jeffrey Beall) ha deciso di recuperare una copia della lista e di aggiornarla con note a parte. Si possono trovare altre copie della Beall’s list su web ma la particolarità di quest’ultima è che non si tratta di una copia immutata della sua ultima versione prima che il sito venisse definitivamente oscurato in quanto il suo curatore si è impegnato ad aggiornarla (anche se non con la stessa frequenza di Beall, come dichiara lui stesso). Anche il punto di vista del curatore  è leggermente differente da quello di Beall in quanto ha aggiunto sul sito i link a ThinkCheckSubmit e a DOAJ (anche all’elenco delle riviste che dichiarano falsamente di essere indicizzate in questa famosa directory) spingendo per una maggior consapevolezza del fenomeno da parte dei ricercatori e quindi per una loro maggiore attenzione su dove pubblicare.

Come evitare di essere prede dei predatory publisher

predatorySempre più spesso siamo chiamati ad un confronto da parte dei nostri ricercatori ai quali viene richiesto di far parte di editorial board o di pubblicare su riviste gestite da “predatory publishers”. Sono editori che cercano di sfruttare il movimento Open Access per i propri interessi economici, richiedendo agli autori dei contributi scientifici una tariffa per pubblicare, senza però effettuare la peer review.

Negli ultimi anni la Beall’s List era diventata un punto di riferimento (non esente da critiche) per identificare possibili editori predatori e le relative riviste, però dal 15 gennaio è inspiegabilmente svanita nel nulla. Sul web si trovano molti suggerimenti sui controlli da fare prima di presentare il proprio lavoro ad un editore che potrebbe non essere del tutto attendibile.

Ne riportiamo alcuni, presi dai siti Why Open Research e Think. Check. Submit, che propongono liste di domande da porsi prima di accettare di pubblicare:

  • La mail che è arrivata è troppo informale, con errori di grammatica e con un editor difficilmente identificabile?
  • I membri del comitato editoriale della rivista sono conosciuti nel proprio ambito di ricerca?
  • La rivista è presente nella lista della Directory of Open Access Journals (DOAJ)?
  • La rivista è un membro dell’Open Access Scholarly Publishers Association (OASPA), l’associazione degli editori open access?
  • La rivista presenta delle informazioni identificative universalmente riconosciute come un ISSN ufficiale o assegna un DOI agli articoli che pubblica?
  • La rivista effettua la peer review?
  • Viene indicata chiaramente la presenza/assenza di tariffe per pubblicare un articolo?
  • La rivista è indicizzata su database conosciuti come PubMed o Web of Science?  Di solito i “predatory publishers” non lo sono e, in molti casi, presentano dei falsi indicatori d’impatto che non hanno nulla a che vedere con l’impact factor.

Suggerire queste domande può essere un utile punto di partenza per aiutare i nostri ricercatori a non imbattersi in editori poco attendibili e vanificare il proprio lavoro pubblicandolo su riviste non riconosciute dalla comunità scientifica.

Cosa è successo alla Beall’s List?

Beall-predatorypublishersDal 15 gennaio è inspiegabilmente svanita nel nulla la Beall’s list, lista che raccoglie un elenco di predatory publisher (editori “predatori” che cercano di sfruttare il movimento Open Access per i propri interessi economici, richiedendo agli autori dei contributi scientifici una tariffa per pubblicare, senza però effettuare una rigorosa peer review), e di cui era recentemente stato pubblicato l’aggiornamento relativo al 2017.

La lista era gestita da Jeffrey Beall, bibliotecario alla University of Colorado, e pubblicata sul suo blog Scholarly Open Access: critical analysis of scholarly open-access publishing.

I contenuti del sito sono stati sostituiti dalla frase “This service is no longer available”, analogamente, il profilo su Facebook del sito riporta “Spiacenti, questo contenuto non è al momento disponibile” e la pagina personale del bibliotecario è stata chiusa. La lista, negli anni, era divenuta un punto di riferimento e Beall aveva ricevuto lodi per aver sottolineato il problema degli editori “predatori” ma anche molte critiche da parte del movimento Open Access per essere stato, in molti casi, ambiguo e non aver sufficientemente chiarito che i predatory publisher non hanno nulla in comune con l’open access, se non il fatto di averlo sfruttato per i propri interessi.

In Rete, soprattutto su Twitter, si sono fatte varie ipotesi, tra cui il fatto che il sito fosse stato hackerato o che fosse stato chiuso a seguito di una causa legale da parte di qualche rivista/editore incluso nella lista. In seguito, l’università dove lavora Beall ha dichiarato ufficialmente che la chiusura del sito è stata decisa volontariamente dal bibliotecario, che si dedicherà in futuro ad altre aree di ricerca, e che appoggia in pieno tale decisione.

Al momento non si conoscono le ragioni di tale scelta e Beall non ha ancora ha risposto ufficialmente a chi ha chiesto spiegazioni. 

Per chi volesse consultare una copia del sito, può trovarla su Internet Archive

SOI: Scientific Object Identifier?

SchloarlyOAJeffrey Beall, l’autore della Beall’s List dedicata ai predatory journals, rende noto un altro esempio di probabile truffa a danno dell’editoria scientifica, settore ormai protagonista di una vera e propria economia parallela che cerca di lucrare sui diversi servizi offerti agli autori (predatory journals, falsi servizi di correzione di bozze/peer review, metriche artificiose…). Tipico di questi tentativi di truffa è quello di richiamare il nome dell’originale per trarre in inganno il ricercatore, ad esempio nel caso dei predatory journals. L’ultimo nato è un nuovo standard che va sotto il nome di SOI: Scientific Object Identifier che sulla falsariga del DOI identifica diverse tipologie di “oggetti scientifici”: articoli, periodici, libri… e viene venduto dall’omonima società a danno degli autori.

Think, Check, Submit

thinkchecksubmitSempre più spesso i ricercatori si trovano a dover fare i conti con offerte di pubblicazione, o di far parte degli editorial board, da parte di editori che si rivelano essere poco affidabili, i cosiddetti “predatory publishers”, che pensano solo al profitto e, dietro pagamento, pubblicano qualsiasi cosa venga loro proposta. La campagna Think, Check, Submit, nata con il supporto di alcune delle maggiori istituzioni che operano nell’ambito della diffusione della ricerca scientifica,vuole aiutare quei ricercatori, soprattutto agli inizi della propria carriera, che non possiedono le competenze per scegliere le riviste più adatte dove pubblicare i propri lavori. Sul sito web appositamente creato sono presentate una serie di domande a cui il ricercatore deve rispondere per  verificare se le riviste prese in considerazione sono affidabili, ad esempio se l’editorial board è composto da studiosi conosciuti, se la rivista è indicizzata in uno dei principali database o se fa parte di qualche associazione riconosciuta (ad esempio DOAJ se è ad accesso aperto).

Beall’s list of Predatory Publishers 2015

Beall-predatorypublishersIn occasione della pubblicazione della Beall’s list of Predatory Publishers 2015 segnaliamo questo post pubblicato sul blog di British Journal of Medicine (BMJ) che fornisce una serie di suggerimenti utili a riconoscere i cosìdetti “predatory publishers”.
Il consiglio principale è quello di consultare la lista di Beall che quest’anno rispetto alle versioni precedenti contiene interessanti statistiche come, ad esempio, l’aumento negli anni del numero degli editori “predatori” e due nuove liste: un elenco di indici di impatto basati su calcoli non attendibili (metriche che vengono usate da alcuni editori per pubblicizzare riviste senza IF) e un elenco di titoli di riviste che sono la versione contraffatta di riviste prestigiose.

Predatory Metrics


SchloarlyOA
Jeffrey Beall segnala in un post del suo blog Scholarly Open Access alcune aziende che propongono servizi di calcolo dell’impatto delle riviste sulla base di false metriche.
Secondo Beall, queste società sfruttano il fenomeno dei predatory publishers, che pubblicizzano riviste senza IF, per promuovere nuovi indici d’impatto basati su calcoli non attendibili. Solitamente, afferma Beall, queste società si basano (o affermano di basarsi) su citazioni prese da Google Scholar che, non effettuando uno screening qualitativo nell’indicizzare la letteratura online, include anche i cosidetti predatory journals.