L’unione fa la forza: come fermare i predatory journals

predatoryUn recente studio pubblicato su Nature Human Behaviour ha evidenziato che circa la metà di coloro che pubblicano su riviste definite “predatorie” (i cosiddetti “predatory journals”) sono ricercatori che provengono da paesi industrializzati e non da paesi in via di sviluppo come si è propensi a credere. Questo sottolinea il fatto che i predatory journals sono un problema globale che coinvolge tutti gli ambiti della ricerca scientifica senza confini geografici ed economici. Nonostante i numerosi appelli per cercare di frenare la diffusione dei predatory journals, si assiste alla loro continua crescita, con un danno enorme alla ricerca e alla diffusione dell’informazione scientifica. Questo quadro suggerisce la necessità di un’azione più forte per contrastare questo fenomeno.

Il post che segnaliamo oggi è un’interessante intervista alle autrici dell’articolo, che individuano in una serie di azioni coordinate da parte dei diversi gruppi coinvolti nella creazione, diffusione e fruizione dell’informazione scientifica (stakeholders) la soluzione di questo problema:

  • Ricercatori: dovrebbero imparare a riconoscere le caratteristiche dei predatory journals per poter scegliere consapevolmente dove pubblicare
  • Università e biblioteche: dovrebbero offrire supporto (con corsi, guide…) ai ricercatori per metterli nella condizione di evitare di pubblicare sui predatory journals informandoli dei rischi che corrono
  • Enti finanziatori: dovrebbero verificare dove effettivamente vengono pubblicati i risultati delle ricerche da loro finanziate ed adottare politiche atte a scoraggiare la pubblicazione sui predatory journals
  • Riviste “legittime”: dovrebbero distinguersi dai predatory journals aumentando la trasparenza dei processi editoriali in modo che siano verificabili pubblicamente (ad esempio adottando la open peer-review) e, se ad accesso aperto, registrarsi su DOAJ
  • Organismi di regolamentazione: dovrebbero adottare politiche che vincolano la pubblicazione su riviste legittime evitando in tal modo l’enorme spreco di risorse, economiche e non solo, che si verifica pubblicando sui predatory journals
  • Pazienti: prima di partecipare ad una ricerca dovrebbero avere la certezza che la pubblicazione dello studio a cui partecipano non avvenga sui predatory journal

A queste indicazioni si aggiunge l’esigenza di definire cosa realmente sono i predatory journals, per non confonderli con quei periodici che, pur non adottando pratiche ingannevoli, per varie ragioni (scarse risorse finanziarie, scarsa conoscenza…) non si allineano alle migliori pratiche di pubblicazione e pertanto non sono considerati ideali per pubblicare, andando a definire la categoria più ampia di “illegitimate journals” (periodici illegittimi). Per realizzare queste azioni le autrici auspicano la formazione di un gruppo di lavoro, formato da un rappresentante per ogni stakeholder, che giunga innanzitutto a definire il problema per poi affrontarlo in modo coordinato intraprendendo le azioni identificate come necessarie alla soluzione del problema.

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